Caducità e salvezza – attorno alla “Vergänglichkeit” freudiana

Sigmund Freud nel giardino della sua abitazione, ca. 1930. Autore ignoto.

 

Steso su richiesta della Società Goethe nel novembre del 1915, il saggio “Caducità”1 di Sigmund Freud prende avvio da una passeggiata estiva del 1913 fatta in compagnia di un giovane poeta già famoso (probabilmente Rainer Maria Rilke) e di un silenzioso amico comune (Lou Andreas Salomé). Freud ricorda la tristezza provata dal poeta durante quella passeggiata di fronte alla bellezza della natura destinata a scomparire, e da questo spunto sviluppa nel seguito dello scritto una personale riflessione sul tema.

In tutto il saggio occupa poco più di due pagine di serena e ferma bellezza2, talmente sobrie da risultare toccanti. La conclusione è di un ottimismo (cosa rara in Freud) e di un senso di fraternità tanto ispirato quanto nascosto (per quella specie nobile pudore che gli è proprio) nel pronome personale plurale (noi ricostruiremo …3).

Ciò detto, quanto segue non vuole essere un commento accademicamente consistente al testo freudiano quanto piuttosto la raccolta e la registrazione delle suggestioni e degli effetti da questo testo prodotte in un determinato lettore – chi scrive – e dunque nient’altro che la fotografia di un incontro singolare. In ciò vorrebbe giustificarsi la forma agile e arrischiata dell’appunto scarsamente elaborato, dell’annotazione scorciata, della nota stesa en passant in cui questo piccolo commentario consiste, insieme con l’approccio ai temi e ai problemi che è consustanziale a tale forma: un’impostazione piuttosto libera (alcuni diranno: licenziosa) e forse addirittura presuntuosa. Perché mai, difatti, delle divagazioni personali attorno a tre frasi di un testo difficilmente classificabile – memoir, lettera aperta, scritto filosofico lato sensu – dovrebbero interessare altri oltre al loro redattore?

Senza rispondere alla critica, riconoscendone la cogenza, prego il lettore di abbandonare senza esitazione queste righe ai primi segnali di stanchezza.

1.  “Il valore della caducità è un valore di rarità nel tempo”.

Il fatto che tutto finirà, che tutto prima o poi si disgiungerà da noi, e noi di conseguenza attraverseremo un tempo in cui il dato oggetto ora presente ci sarà per sempre assente – tutto questo dolore futuro, che  finirà a sua volta o perché finiremo noi oppure per il verificarsi di un evento finale di pienezza dove ‘Dio sarà tutto in tutti’ (S. Paolo, 1 Cor), tutto questo dolore che incombe sulla positività di ciò che è presente, a patto che chi lo vive se ne faccia carico, può lavorare ad accrescerne l’intensità, può aumentarne l’essere (presente e fugace)4. Per questo, se anche ciò non fosse – tremo a dirlo – vorrei che fosse.

Lo vorrei perché il bene dell’oggetto presente la cui semplice immediata presenza è costante ed è garantita indefinitamente – tale bene sarebbe troppo poco per me, vorrei di più: e l’unico modo per ottenere questo di più sarebbe la sua caducità, il suo essere una volta soltanto e il suo dover finire. Questo perché senza la caducità non nascerebbe in me un desiderio (quale intensità assoluta) di eternità5 di ciò che cade e si perde – proprio in quanto cade e si perde (eternizzare il caduco senza perderne la caducità: desiderio paradossale6). E se la verità è l’interiorità7, allora è proprio questo desiderio che salva ciò che cade e muore (che lo fa entrare nell’eterno della Verità) – ed è proprio grazie alla caducità (che fa nascere quel desiderio assoluto) che la caducità, senza essere negata, viene in un certo senso tolta, o meglio: viene resa inoperante.

2. “il valore di tutta questa bellezza e perfezione è determinato soltanto dal suo significato per la nostra sensibilità viva, non ha bisogno di sopravviverle e per questo è indipendente dalla durata temporale assoluta”.

Affermazione, questa, di un buonsenso difficile da assumere davvero nel concreto della propria esistenza. Implicitamente postula il mantenimento di una centralità cosmica della propria coscienza (di se stessi in quanto singoli) come luogo di manifestazione di tutto l’esistente (tutto: presente passato futuro, possibile e impossibile) – cosa che è sorprendente trovare in Freud, l’uomo delle ferite narcisistiche7, ed è rimasta tendenzialmente ignorata dai commentatori. Dov’è la luce, nel cosmo? Nel cosmo (presumibilmente) cieco e buio si aggirano solamente fotoni. La luce è solamente in chi la vede, cioè in noi (ed è, per ciascuno, la sua propria luce); i fotoni bussano alla porta della nostra coscienza per poter fiorire nella bellezza di uno spettacolo struggente perché fugace e definitivo.

Inoltre: la vita di una cosa non viene più misurata attraverso la sua durata cronologica (una cosa più è viva quanto più a lungo sa vivere, quanti più minuti giorni secoli è riuscita a totalizzare), in un inesorabile scorrimento orizzontale, ma viene posta piuttosto come l’intensità e la qualità di un dato elemento (sia esso minuto o millennio), del tutto a prescindere dalla sua oggettiva durata. Il valore di un dato essente può essere quindi altissimo anche se la sua durata è stata minima.

Senza sensibilità viva non si dà valore, e per essere (vivere eternamente) questo valore non ha bisogno di sopravvivere a se stesso o a noi (durare indefinitamente). Gli basta essersi verificato, per noi, una volta soltanto, da noi riconosciuto e vissuto fino in fondo (anche in differita, a posteriori), per eternamente non poter più uscire da questa specie di vita enigmatica che non ha a che fare con la durata.

3. “Doveva essere stata la ribellione psichica contro il lutto a svilire ai loro occhi il godimento del bello”.

La ribellione psichica contro il lutto: un corollario del desiderio assoluto (o volontà) di eternità di cui sopra – o meglio: un suo rischio essenziale (rischio perché il darsi di questa ribellione impedisce di riconoscere fino in fondo la bellezza del valore e il valore di questa stessa bellezza – e quindi anche impedisce, in definitiva, di porre le condizioni per quell’enigmatica salvezza). Se la ribellione contro il lutto può mettere i bastoni fra le ruote all’evento di salvezza essenziale di ciò che cade allora, inversamente, è proprio l’abbracciare senza riserve il lavoro del lutto che aiuta e nutre tale salvezza (fino all’estremo evangelico, quasi oltreumano, del ‘lasciate che i morti seppelliscano i loro morti8‘) . Ciò si traduce praticamente in un gesto difficile e semplice: il lasciar andare. Lasciar andare anche ciò che è già andato, sapendo che altro ora ci riguarda e ci chiama. In tutto questo, va detto, c’è anche, ineliminabile, una dimensione di crudeltà – ma una crudeltà fatale, che è necessario assumere per mantenere in tensione infinita il valore della vita che è presente, di ciò che di volta in volta ci viene incontro, secondo ordine e necessità. Una crudeltà alla quale, sono sicuro, acconsentirebbero (o: acconsentono) per primi coloro che abbandono dietro di me, lasciando che si perdano (donandoli all’oblio9).

A volte mi capita di constatare di non desiderare affatto un eventuale re-inserimento dei miei morti in questo mio presente: li avvertirei innaturalmente fuori posto, senza radicamento, e forse anche incapaci di parlarmi o di capire quello che io avrei da dire o da essere in quel mio presente destinato ad ospitarli. Non desidero ritrovarli ora. In questo presente è il momento degli altri, e verso questi altri mi sento chiamato ad una responsabilità (alla responsabilità di partecipare al meglio all’evento condiviso del nostro inter-essere).

Ma quando mi è capitato talvolta di incontrarli negli scampoli di un sogno, fugacemente, come in un istantaneo appena percettibile sfiorarsi nel buio, in un bagliore apparso e subito scomparso nell’interstizio apertosi tra mille miraggi centrifughi, allora, in quello strano tempo supplementare, ho ritrovato intatta la gioia del ritrovarli, al di là dell’oblio salutare del lutto elaborato; quella gioia che constatavo essermi stata tolta, nel tempo, dalla stessa avvenuta elaborazione del lutto; anticipo di una gioia finale appena intuita, per speculum et in aenigmate (S. Paolo, 1 Cor.) – come se nessun tempo fosse mai davvero passato.

P. T.

Note

  1. Qui il testo: https://blog.petiteplaisance.it/wp-content/uploads/2016/12/Sigmund-Freud-Caducità.pdf; qui di seguito un utile approfondimento: https://www.sergiobenvenuto.it/ilsoggetto/articolo.php?ID=165 ↩︎
  2. Felice influenza della destinazione goethiana di questo scritto? ↩︎
  3. “C’è da sperare che le cosa non vadano diversamente per le perdite provocate da questa guerra [la prima guerra mondiale]. Una volta superato il lutto si scoprirà che la nostra alta considerazione dei beni della civiltà non ha sofferto per l’esperienza della loro precarietà. Torneremo a ricostruire tutto ciò che la guerra ha distrutto, forse su un fondamento più solido e duraturo di prima”. ↩︎
  4. Nelle parole di Kierkegaard, il quale sembra aver anticipato nel suo splendido isolamento gran parte dei percorsi tentati nel ‘900, la morte “è l’istitutrice della serietà che è stata posta accanto ad ognuno con la nascita come maestra per tutta la vita”. Questa costringe l’uomo a confrontarsi con il compito assoluto di “pensare che tutto è finito, che con la vita tutto è perduto, per poi [poter] conquistare tutto nella vita” attraverso la “trasfigurazione della propria concretezza finita” in virtù di un “rapporto assoluto con l’Assoluto” arrivando a produrre così – nella propria vita – l’ eternità (Le citazioni kierkegaardiane provengono da Bettina Faber, La contraddizione sofferente, p. 144, Il Poligrafo, PD) ↩︎
  5. Uomo sii attento!/ Che dice la mezzanotte profonda?/ «Io dormivo, dormivo –,/ «Da un sonno profondo mi sono risvegliata: –/ «Profondo è il mondo,/ «E più profondo che nei pensieri del giorno./ «Profondo è il suo dolore –,/ «Piacere – più profondo ancora di sofferenza:/ «Dice il dolore: perisci!/ «Ma ogni piacere vuole eternità –,/ «– vuole profonda profonda eternità!» – F. Nietzsche, Così parlò Zarathustra, parte IV, Il canto del nottambulo, 12. ↩︎
  6. “Ma non si deve pensar male del paradosso, perché il paradosso è la passione del pensiero, e il pensatore senza paradosso è come l’amante senza passione: un mediocre compagno. Ma la suprema potenzialità di ogni passione è sempre quella di volere la propria rovina; e così è anche la suprema passione dell’intelletto quella di volere l’urto, sebbene l’urto, in un modo o nell’altro, debba diventare la sua rovina. Questo è dunque il supremo paradosso del pensiero: voler scoprire qualcosa che il pensiero stesso non può pensare“. Kierkegaard, Briciole di filosofia, cap. III. ↩︎
  7. Cfr. ‘Postilla conclusiva non scientifica alle briciole di filosofia‘ di S. Kierkegaard, specialmente la seconda parte (‘La soggettività come verità’) all’interno della quale il filosofo- teologo disloca i rapporti moderni tra il sapere e la vita tratteggiando magistralmente ed elusivamente le possibilità di congiunzione tra il tempo e l’eterno nel suo disegnare orbite instancabi attorno ai concetti di ‘appropriazione soggettiva appassionata’ e di ‘Øjeblikket’ (l’istante della decisione). ↩︎
  8. Cfr. “Una difficoltà della psicoanalisi” (Eine Schwierigkeit der Psychoanalyse). In questo saggio, pubblicato nel 1917, Freud descrive le “tre ferite narcisistiche” (cosmologica, biologica, psicologica) inflitte dalla scienza all’umanità come una progressiva perdita della supposta centralità dell’uomo nel cosmo (Copernico), nel regno naturale (Darwin), e persino ‘dentro’ se stesso (Freud – “L’Io non è padrone nemmeno in casa propria” ; “das Ich ist nicht Herr in seinem eigenen Haus“). ↩︎
  9. Matteo 8,21-22; Luca 9,59-60. ↩︎
  10. A questa precisa conclusione giunge la meditazione attorno al tema della memoria e del passato che M. Duras svolge nella sceneggiatura del film ‘Hiroshima mon amour’: “Del tempo passerà, solamente del tempo. E del tempo arriverà, il tempo verrà in cui noi non sapremo più nominare ciò che ci unirà. Il nome si cancellerà a poco a poco dalla nostra memoria, poi sparirà proprio del tutto. Nevers che avevo dimenticata, vorrei rivederti stasera (…) Dolci pioppi della Nièvre, vi consegno all’oblio. Storia da quattro soldi, ti consegno all’oblio. Una notte senza te, e lei aspettava il giorno come una liberazione. Un giorno senza i suoi occhi, e lei ne muore. Ragazzina di Nevers, puttanella di Nevers. Ragazzina insignificante, morta d’amore a Nevers. Piccola rapata di Nevers ti consegno all’oblio, stasera. Storia da quattro soldi. Come per lui, l’oblio inizierà dai tuoi occhi. Allo stesso modo. Poi, come per lui, l’oblio conquisterà la tua voce. Allo stesso modo. Poi, come per lui, trionferà su di te tutto intero, poco a poco. Diventerai una canzone”. ↩︎