
Opera teatrale sproporzionata che ha per scena il mondo intero e per suo centro la Spagna di fine XVI secolo, dotata di un intreccio di proporzioni romanzesche (con un totale di 63 personaggi) e di una certa qual indulgenza rispetto al disordine (che è, nelle parole dell’autore, ‘il piacere dell’immaginazione’1), inaspettata efflorescenza di barocco francese sulle soglie del ‘900, ‘Le Soulier de satin’, scritta tra il 1918 e il 1925, è una grande galassia di materia composita2 che ruota attorno al dramma mistico di un amore tanto assoluto quanto impossibile tra i suoi due protagonisti (Doña Prouhèze e Don Rodrigue).
La scena X della seconda giornata, miniatura dal sapore scespiriano3, piccola parentesi idillica che costeggia, come rivolo laterale di una grande cascata, contrappuntandola, la vicenda principale, intreccia con misteriosa felicità i destini di due personaggi secondari: Doña Musique, cugina della protagonista, e il Viceré di Napoli.
IL VICERÉ DI NAPOLI, DOÑA MUSICA.
Una foresta vergine in Sicilia. Una grotta alta e profonda davanti alla quale cade una spessa tenda di rampicanti verdi con fiori rosa. Un ruscello si perde tra le pietre. Rumore innumerabile d’acque correnti. Una luce lunare clamorosa. Attraverso le foglie scintillanti, si indovina il mare in lontananza. Dal momento che queste indicazioni sono impossibili da realizzare, saranno vantaggiosamente sostituite da Doña Musica, che ne darà conto al pubblico.
DOÑA MUSICA, tornando dal ruscello con un secchio pieno.
Ecco l’acqua! Ma avete messo un’intera bracciata di legna verde sul fuoco, lo ucciderete completamente! Per non parlare del fumo che fa, lo si vedrà a dieci leghe di distanza
Con questo chiaro di luna!
Io li faccio solo piccoli, i fuochi. Non vorrete mica che vi trovino, non è vero?
Sistema il fuoco e ci mette sopra una pentola.
IL VICERÉ
Non abbiamo bisogno di un fuoco.
DOÑA MUSICA
Non ce ne possiamo mica rimanere così, nella notte, come bestie.
E vedrete che tisana so fare con alcune erbe che conosco e con fiori di limone.
IL VICERÉ
Vivete di tisane?
DOÑA MUSICA
Io? A me non manca nulla.
IL VICERÉ
Chi è che vi rifornisce?
DOÑA MUSICA
Laggiù, in quella specie di punto sul mare dove finisce questa specie di foresta,
C’è una specie di tetto o cappella semidistrutta, come quelle usate un tempo dai pagani, credo, con delle colonne sull’entrata,
E dentro, una vecchia statua di pietra senza testa, così indecente che oso appena guardarla.
È qui che la gente del posto porta in offerta ogni sorta di cibo… capite, mio piccolo Re?… non dovete guardarmi così…
Frutta, pane, torte, miele, uova, e non so cos’altro, addirittura pezzi di capra arrostita.
E tutto questo me lo prendo io, senza problemi.
IL VICERÉ
Nessuno ve lo impedisce?
DOÑA MUSICA
Hanno troppa paura! Nessuno di loro vorrebbe entrare in questa foresta per un impero.
È la brava donna senza testa a rimpinzarsi di questi manicaretti4, capite? Cosa c’è di più naturale? Ha un appetito selvaggio!
IL VICERÉ
Invierò un missionario a questa povera gente.
DOÑA MUSICA
Insieme ai gendarmi per cacciarmi in prigione?
IL VICERÉ
Cos’è questa storia di introdursi così nelle mie terre senza documenti?
DOÑA MUSICA
Non è colpa mia! È la barca che si è fermata.
Ve l’ho già detto! Non c’era un filo d’aria e la barca è andata improvvisamente a fondo come se fosse arrivata dove voleva.
Qualcosa si è aperto, sì, e non ho avuto che il tempo di buttarmi in acqua –
Solo io sapevo nuotare – con la pentola e altri oggetti utili.
Il mio povero sergente ha galleggiato un po’, non per molto, quanto bastava per dirmi addio con la mano.
Per fortuna che la terraferma non era lontana e la corrente mi spingeva.
Il suono di un corno in lontananza.
IL VICERÉ
Ancora quegli imbecilli che mi cercano! Sarà stato certo il mio cavallo a metterli sulle mie tracce!
Che bella idea ho avuto: lasciarli tutti all’improvviso! Ignoravo cosa avrei trovato in fondo a questo piccolo attraente sentiero.
Di nuovo il corno.
DOÑA MUSICA
Silenzio, Signor Re!… Ecco qua, prendete la mia mano e pensate così forte a me che nessuno potrà più ritrovarvi.
IL VICERÉ
Come vi permettete di sapere che sono il Re, o il Viceré al suo posto?
DOÑA MUSICA
Non avete mandato i vostri servi a cercarmi? quel sergente, che era il vostro sergente? E io, dal momento in cui sono arrivata, non dovevo far altro che aspettarvi
Qui. Perché stupirvi che vi abbia riconosciuto subito?
IL VICERÉ
È tutto vero. L’avevo dimenticato. A forza di averlo dimenticato, mi accorgo che non ho mai smesso di saperlo.
DOÑA MUSICA
Avete dimenticato anche questa macchia sulla mia spalla a forma di colomba – ve la mostrerò un’altra volta – grazie alla quale dovrete riconoscermi?
IL VICERÉ
Non ho mai pensato ad altro.
DOÑA MUSICA
È una bugia ciò che dite. Sento tutto ciò che vi passa per la mente, sì, mi muovo con essa,
E so che il mio volto non fa che apparirvi un momento come una vaga piccola luna nel cavo di un mare agitato.
E dite, precisamente, adesso, a cosa state pensando? Fuoco! Rispondetemi senza riflettere.
IL VICERÉ
Penso a questo fuoco che brucia, a questo ruscello irrefrenabile che fugge,
Rispondendosi più in là e ancora più in là, con tre o quattro voci.
Non sarebbe difficile capire cosa dice, mettere delle parole in questo suo lungo racconto. Ah! Che brutti ricordi!
DOÑA MUSICA, stringendogli la mano.
Dove sono, questi brutti ricordi?
IL VICERÉ
Cerco invano di ricordarli, ma è come con il ruscello, non so più se sono davanti o dietro di me.
DOÑA MUSICA
E chi dunque vi impedisce di ricordarli, Signor Re?
IL VICERÉ
Questa piccola mano nella mia.
DOÑA MUSICA
Non è vero, perché proprio ora sento di nuovo qualcuno che si tuffa e che scappa. Dove siete? e a cosa pensate?
IL VICERÉ
A questo vento che soffia,
A tutti questi postulanti che mi assediano, a far giustizia delle donne che piangono,
A tutto il male che ho fatto senza volerlo o volendolo a metà.
DOÑA MUSICA
A cosa ancora?
IL VICERÉ
A questa spedizione che mi è stato ordinato di preparare contro i Turchi.
DOÑA MUSICA
A cosa ancora?
IL VICERÉ
I francesi, i pirati, il Papa a Roma, quei galloni5 che non si è mai riusciti a trovare per il mio abito da cerimonia,
Quelle misure emergenziali per la carestia in Calabria che hanno funzionato così male, gli usurai presso i quali ho dovuto indebitarmi, i miei nemici a Madrid.
DOÑA MUSICA
E tutto questo, vi dà noia al momento?
IL VICERÉ
Nessuna. È solamente rumore.
DOÑA MUSICA
Non vi impedisce di fare attenzione ad altro?
IL VICERÉ
In effetti c’è qualcos’altro…
DOÑA MUSICA
Cos’è?
IL VICERÉ
Qualcos’altro che qualche volta vorrei capire, sul fondo.
DOÑA MUSICA
Quando vi ordino di fare silenzio, cos’è che vi raggiunge? è allora che capite.
Non parlo del vento, del mare o del ruscello che fugge. Cosa senti6?
IL VICERÉ
Una musica lieve.
DOÑA MUSICA
Canta un po’ di questa musica, cuore mio, per vedere se la riconosco!
IL VICERÉ
Non posso proprio quando vorrei farlo.
DOÑA MUSICA
E io, vuoi che canti?
Ho potuto salvare la mia chitarra, ma non ha più corde.
IL VICERÉ
Non ce n’è bisogno, di corde.
DOÑA MUSICA
Allora guardami un po’, così che sappia come iniziare. (Con un piccolo grido:) Ah!
IL VICERÉ
Vi ho fatto male?
DOÑA MUSICA
Il mio cuore si ferma!
IL VICERÉ
È vietato guardarti in questo luogo?
DOÑA MUSICA
Fammi ancora lo stesso male!
IL VICERÉ
Cos’è questo volto spaventato che vedo nella luce della luna?
DOÑA MUSICA
È la mia anima che cerca di difendersi e che fugge lanciando le sue urla spezzate!
IL VICERÉ
È tutto qui quel canto a cui ti dicevi pronta?
DOÑA MUSICA
Il mio canto è quello che faccio nascere.
IL VICERÉ
Non è un canto, è una tempesta che porta con sé e il cielo e le acque e i boschi e tutta la terra!
DOÑA MUSICA
In tutto questo è per caso assente la musica?
IL VICERÉ
Guardami prima che risponda.
DOÑA MUSICA
Sono assente!
IL VICERÉ
La musica divina è in me.
DOÑA MUSICA
Promettimi che non finirà più!
IL VICERÉ
Cosa posso promettere? non sono io che canto, sono le mie orecchie all’improvviso che si sono aperte!
E chissà se domani tornerò sordo?
DOÑA MUSICA
È vero. Povera Musica!
Domani la foresta e il chiaro di luna non saranno più. Domani sarà quel terribile processo da presiedere, quel postulante da accontentare, quei malvagi di Madrid che ti calunniano,
Queste truppe da radunare, il denaro da restituire, il vestito che non va.
IL VICERÉ
Ascolta, Musica, sto per capire qualcosa.
Lo sai?
Sì, se non fossi sordo, anche queste cose che tu dici
Sarebbero capaci di sistemarsi in questa spinta divina di parole composite che avverto7 un momento solo e poi un altro, ad intervalli;
Non parole, no, ma la loro polpa deliziosa!
È quest’ordine ineffabile che è la verità, è questo fiotto onnipotente contro il quale nulla saprebbe vincere,
E so che tutto questo orrendo stridore, tutto questo discordante disordine, è colpa mia perché non ho l’orecchio docile.
DOÑA MUSICA
E se esisto con te, cosa farai, sarai mai così sordo da non udirmi?
IL VICERÉ
Tu cantavi sotto una pietra in Spagna e già ti ascoltavo dal fondo del mio giardino a Palermo.
Sì, eri tu che ascoltavo e non un’altra,
Non quel getto d’acqua, non quel volatile che senti quando ha smesso di cantare!
DOÑA MUSICA
Dimmelo ancora! Tutto questo vasto concerto che ti fa così gioire, di’ che sono proprio io ad iniziarlo.
Sono io nel fondo del tuo cuore quella nota unica, così pura, così toccante.
IL VICERÉ
Sei tu.
DOÑA MUSICA
Di’ che sarai sempre attento. Non mettere mai tra te e me qualcosa. Non impedire ch’io esista.
IL VICERÉ
Di’ piuttosto, come facevi ad esistere prima che io ti conoscessi?
DOÑA MUSICA
Forse mi conoscevi già senza saperlo.
IL VICERÉ
No, lo so che non è per me che esisti, non più dell’uccello che sorprendo, il cuore che batte, nella notte,
Per me e non per me.
DOÑA MUSICA
Senza di te, l’uccello sarebbe morto, con la testa sotto l’ala, nella sua gabbia.
IL VICERÉ
Pensi che sia io il solo che sia stato capace d’intenderti8 e d’assorbirti?
DOÑA MUSICA
Senza di te non avrei iniziato a cantare.
IL VICERÉ
Ho davvero fatto felice qualcuno?
DOÑA MUSICA
Questa felicità che ti fa amare tanto
La mia voce quando questa ti parla, questa gioia, oh amico mio, che quasi mi vergogno a darti9.
IL VICERÉ
E credi che la gioia sia qualcosa che si dà e che si ritrova così com’è?
Quella che tu mi doni, sarà sui volti degli altri che la vedrai.
A te sola, Musica, la mia richiesta e la mia severità.
Sì, non voglio mai smettere di indicarti il tuo posto che è piccolo piccolo.
DOÑA MUSICA
Fa’ l’ orgoglioso come se sapessi tutto! questo posto che ho trovato per me sotto il tuo cuore, lo conosci?
È il mio e se tu non mi ci potessi scoprire, non mi sentirei così bene.
IL VICERÉ
Questo me lo spiegherai più tardi. Vieni, non stiamo bene così. Cediamo a questo consiglio della notte e di tutta la terra. Vieni con me in questo letto profondo di canne e felci che hai preparato.
DOÑA MUSICA
Se provate a baciarmi, allora non sentirete più la musica!
IL VICERÉ
Io voglio soltanto dormire accanto a te, tenendoti per mano,
Ascoltando la foresta, il mare, l’acqua che corre e quella che ritorna sempre,
Questa gioia sacra, questa immensa tristezza, mescolata a questa felicità ineffabile.
Più tardi quando Dio ci avrà uniti, altri misteri sono in serbo per noi.
Traduzione, nota introduttiva e note di V. B.
NOTE
- P. Claudel, Le Soulier de satin, Folio (Gallimard), p. 13. ↩︎
- Dunque una comedìa in senso dantesco: tutti i registri linguistico-drammatici vi vengono impiegati, dal tragico al comico, passando per il lirico e il colloquiale. ↩︎
- La foresta siciliana ricorda l’Italia sognata da Shakespeare in ‘The tempest’: anche in questa un naufragio, un’isola deserta e rigogliosa, e la magia della poesia. ↩︎
- C’est la bonne femme … qui boustife la boustifaille. Per ‘boustife’ vedi: https://www.languefrancaise.net/Bob/17037 ↩︎
- Cordoncino stretto e molto piatto applicato solitamente sull’uniforme militare o sul cappello. ↩︎
- Entendre: sentire, capire, comprendere. Claudel usa in questo scambio solamente il verbo entendre, valorizzando la sua oscillazione semantica tra il polo della comprensione e quello della sensibilità, mescolando stupendamente le carte. Si è tradotto con ‘capire’ nelle prime due occorrenze, per poi (ac)cedere ad un finale ‘sentire’. ↩︎
- Sempre ‘entendre’. ↩︎
- Nell’originale sempre ‘entendre’. Questa volta reso con il più prossimo ‘intendere’ il quale compendia in sé una polisemia che rende giustizia a questo luogo testuale, ovvero: a) volgere i sensi o la mente a qualche oggetto; b) tendere a un fine, e quindi avere intenzione, volere; c) percepire e comprendere, che sono in certo modo l’effetto del tendere l’attenzione.(https://www.treccani.it/vocabolario/intendere/) ↩︎
- … que je suis confuse de te donner. ↩︎