Da ‘La scarpetta di raso’ di P. Claudel – g. IV, sc. II

Kanō Naizen, Paravento dell’arrivo dei barbari meridionali, 1600 circa, collezione del Museo della Città di Kobe.

Opera teatrale sproporzionata che ha per scena il mondo intero e per suo centro la Spagna di fine XVI secolo, dotata di un intreccio di proporzioni romanzesche (con un totale di 63 personaggi) e di una certa qual indulgenza rispetto al disordine (che è, nelle parole dell’autore, ‘il piacere dell’immaginazione’), inaspettata efflorescenza di barocco francese sulle soglie del ‘900, ‘Le Soulier de satin’, scritta tra il 1918 e il 1925, è una grande galassia di materia composita orbitante attorno al dramma mistico di un amore tanto assoluto quanto impossibile tra i suoi due protagonisti (Doña Prouhèze e Don Rodrigue). 

Gli eventi della quarta giornata si svolgono dieci anni dopo la morte di Doña Prouhèze a Mogador. Don Rodrigo, caduto in disgrazia presso il Re di Spagna dopo aver abbandonato l’America per raggiungere l’amata, è diventato un vecchio, misero mercante il quale si guadagna da vivere creando e vendendo ai marinai bizzarri santini à la japonaise. La scena II, insieme alle rievocazioni del passato avventuroso di Rodrigo, contiene lampi suggestivi (in ammaliante sospensione) dedicati alla pittura giapponese, accompagnati da una sorta di riflessione estetologica en poète; il tutto così intrecciato al botta e risposta delle dramatis personae restituisce qualcosa che potremmo definire un abbozzo vivido e sbarazzino di poetologia claudeliana1.  

DON RODRIGO, IL GIAPPONESE DAIBUTSU, DON MENDEZ LEAL

Una cabina della nave di Don Rodrigo. 

Lui è in piedi, invecchiato e brizzolato; ha una gamba di legno. Vicino a lui, davanti a un tavolo carico di carte, pennelli e colori, il giapponese Daibutsu sta disegnando. In un angolo, un torchio da incisore. In un altro angolo, Don Mendez Leal, a testa in giù. È una semplice sagoma ritagliata di stoffa nera. 

Ci sarà, se si vuole, sul fondo della scena, uno schermo dove si potranno proiettare scene e dipinti adeguati in modo che il pubblico possa intrattenersi mentre gli attori raccontano le loro storielle.

DON RODRIGO, descrivendo. 

Molto in alto, due grossi pilastri generosamente marezzati con capitelli giallo uovo ben massicci, istoriati alla romana. 

La Vergine, appoggiata, seduta contro quello di destra, vestita di abiti blu scuro. Sul petto nessun colore, si vede soltanto una mano di bambino grossa ma piccola, ben disegnata. 

Ai suoi piedi una scala che scende fino in fondo all’immagine. In alto i due Re Magi, fammi un signore qualunque del tuo paese in costume da cerimonia con lo smisurato kammori2 sulla testa, il corpo e le membra serrati in dodici strati di seta, e su di lui sulla schiena in modo che formi un solo gruppo,

Mettimi una specie di grande fanfarone europeo, tutto nero, rigido come la giustizia, con un cappello a punta, un naso enorme e polpacci di legno, e il Toson d’Oro3 al collo. 

Più in basso, a sinistra, il Re nero, visto di spalle, con un diadema di peli di leone all’abissina e una collana di artigli, appoggiato su qualcosa, e l’altro braccio teso per tutta la sua lunghezza che tiene una zagaglia4. 

La parte bassa è formata da un cammello tagliato a mezzobusto che forma una linea gobbosa. Sella, finimenti, un pennacchio rosso sulla testa, una campanella sotto il mento. 

Dietro i pilastri, in alto, montagne come quelle che si vedono al di là di Pechino, con le loro torri e le loro mura merlate, gettate a caso sulle colline come collane. Si sente che dietro di loro c’è la Mongolia. 

Wakarimaska? 

IL GIAPPONESE

Wakarimass.5

DON RODRIGO 

Tutto questo occupa solo la parte sinistra di una lunga banderuola di carta. A destra e sotto c’è spazio per una sfilza di piccoli versi spagnoli, con le loro y e i loro punti interrogativi rovesciati. Bisogna che sia devoto, pieno di ghirigori ed errori ortografici. 

Avevo un segretario una volta, lui abborriva questo genere di poesia edificante. Mi viene voglia di comporre versi quando penso a quel povero Rodilard6.

IL GIAPPONESE, indicando Don Mendez Leal. 

Questo buon signore qui non è che si stancherà di aspettarci in questa posizione scomoda?

DON RODRIGO 

Finisci il lavoro finché siamo caldi entrambi! Sento che funzionerà! Sento che l’ispirazione trabocca e raggiunge perfino la punta delle tue dieci dita!

IL GIAPPONESE 

Come ha mai potuto Vostra Eccellenza fare altro che dedicarsi al disegno?

DON RODRIGO 

È quello che mi chiedo spesso. Quanto tempo perduto! E anche: come ho potuto accontentarmi così a lungo di quelle due gambe così ingombranti quando è già troppo averne una sola per rimanere attaccati alla terra? 

Com’è divertente ora zoppicare così, tra cielo e terra, con una gamba e un’ala!

IL GIAPPONESE 

L’altra gamba, per mio merito, è eternamente onorata da un piccolo monumento sul campo di battaglia di Sendigahara7.

DON RODRIGO 

Non la rimpiango! Giapponesi, vi amavo troppo! Valeva la pena perdere una gamba per entrare nel vostro paese!

IL GIAPPONESE 

È con i colpi di cannone che volevate esprimerci la vostra simpatia?

DON RODRIGO 

Ci si serve di quello che si ha e io non ho mai avuto fiori e carezze a mia disposizione. 

Eravate troppo felici nel vostro piccolo buco all’asciutto in mezzo al mare, nel vostro piccolo giardino ben chiuso, bevendo a piccoli sorsi il vostro tè in piccole tazze. 

Mi annoia vedere gente felice, è immorale, non vedevo l’ora di introdurmi in mezzo alle vostre cerimonie.

IL GIAPPONESE 

Volente o nolente, per un po’ da noi avete dovuto imparare il riposo e l’immobilità.

DON RODRIGO 

Mi rivedo ancora in quell’ultimo piano del castello di Nagoya che mi avevano dato come prigione! Che prigione! Ero io piuttosto  a tenere il Giappone intero, di traverso, nel giunto della sua articolazione principale, era tutto il Giappone che possedevo attraverso le mie settanta finestre! 

Buon Dio, e che freddo era! 

Da un lato c’era la campagna, era inverno, la campagna tutta screpolata, la terra rosa, i piccoli boschi neri, e il minimo dettaglio delicatamente disegnato come con un pelo di cinghiale sulla porcellana più fine. 

Dall’altro, la città riempiva fino a metà la fila delle mie finestre verso ovest e mi ricordo di quell’unica macchia blu scuro che faceva l’installazione di un tintore sulla squamatura grigia dei tetti . 

È lì che ho fatto la tua conoscenza, mio vecchio Daibutsu! Quanti santi dipinti abbiamo srotolato insieme! Quante lunghe strisce mi sono passate lentamente tra le dita come un fiume d’immagini e di caratteri!

IL GIAPPONESE 

Se aveste voluto, vi avrei insegnato a disegnare alla nostra maniera.

DON RODRIGO 

Non ce l’avrei mai fatta. Non avrei avuto pazienza! Ho la mano come un guanto di legno. 

Non avrei potuto offrire il mio spirito alla natura come un foglio di carta perfettamente bianco, una cosa a digiuno, 

Sulla quale le ombre a poco a poco si presentano, si disegnano, si tingono di diversi colori.

Ciò che può essere detto e non ciò che è fatto per rimanere eternamente nelle delizie e nel segreto di una luce ineffabile, 

Come quelle acque dalle quali emergono il loto e le vostre stesse Isole che fanno nell’Oceano un gruppo di quattro o cinque rocce. 

Non ero venuto qui per lasciarmi incantare.

IL GIAPPONESE, parlando come se deponesse ogni idea in geroglifici sulla carta. 

È scritto che le grandi verità non si comunicano che attraverso il silenzio. Se volete addomesticare la natura, non bisogna fare rumore. Come una terra che l’acqua penetra. Se non volete ascoltare, non potrete capire8.

DON RODRIGO 

E credi che non abbia capito nulla, in quelle lunghe giornate d’inverno senza gambe in cui decifravo gli archivi dei vostri preti e dei vostri eremiti? 

In cui facevo giocare uno dopo l’altro i pannelli di quella camera dove mi avevate rinchiuso? Prigioniero non di muri e di sbarre di ferro ma della montagna e del mare e dei campi e dei fiumi e delle foreste, 

Che sempre mi circondavano, sviluppati sulla carta inconsistente. 

Capivo! ho capito9. 

Due parole che non cessavano di accompagnarmi in quel meraviglioso pellegrinaggio, ad ogni passo, su un sentiero di carta. 

E una di quelle parole era: perché? 

Perché? Qual è il segreto su sé stessi che si lega e si ripiega nel nodo di questi geroglifici, simili a bolle che emergono improvvise dal pensiero? 

C’è qualcosa che dice: Perché? con il vento, con il mare, con il mattino e la sera e tutto il dettaglio della terra abitata. 

— Perché il vento senza fine che mi tormenta? dice il pino. A cosa è così necessario d’aggrapparsi? — Che cosa muore così nell’estasi? dice il crisantemo.

— Cosa c’è di tanto nero perché io esista, un cipresso? — Cosa si chiama azzurro perché io sia tanto blu! — Cosa esiste di tanto dolce perché io sia tanto rosa? — Qual è questa invisibile compromissione che obbliga i miei petali uno per uno a scolorirsi? — E l’acqua, è una cosa forte perché mi sia valsa questo colpo di coda e questa giubba di squame! 

— Di quale rovina, dice la roccia, sono il detrito? A quale iscrizione assente il mio fianco è preparato? 

— Tutto monta, tutto emerge con un sorriso segreto dalla grande lacuna che un fumo d’oro ricopre.

IL GIAPPONESE

Qual è la seconda parola?

DON RODRIGO

Non c’è nessuno in tutti questi dipinti! L’artista ha un bel posare qualche barca sul mare, far polverizzare una grande città, laggiù, nell’ansa di quel golfo tenebroso.

Ciò non soddisfa maggiormente l’attesa di queste montagne disposte a gradoni per meglio esser viste.

Ciò non diminuisce la solitudine più del coro di rane e cicale.

IL GIAPPONESE

Sì, è una grande lezione di silenzio quella che i pittori sospendono attorno a noi. Anche quella schiera di bambini che giocano diventa in un istante, non appena la carta la cattura sotto il pennello,

Silenzio e immobilità, uno spettacolo per sempre.

DON RODRIGO

Amico Daibutsu, non è per diventare a mia volta silenzio e immobilità che ho spezzato un continente a metà e che ho attraversato due mari10.

È perché sono un uomo cattolico, è affinché tutte le parti dell’umanità fossero riunite e non ne rimanesse nessuna che si credesse in diritto di vivere nella propria eresia,

Separata da tutte le altre come se non ne avesse bisogno.

La vostra barriera di fiori e incantesimi, sì, anche quella doveva essere rotta come le altre ed è per questo che sono venuto, io, lo sfondatore di porte e il consumatore di strade!

Non sarete più soli! Io vi porto il mondo, la parola totale di Dio, tutti questi fratelli che vi piaccia o meno di conoscere volenti o nolenti, tutti questi fratelli di un solo genitore.

E poiché mi avevate tagliato il piede, poiché avevate rinchiuso in una prigione ciò che mi restava del mio corpo,

Non mi rimaneva per passare il tempo che dedicarmi all’anima, allo spirito, e attraverso queste tue mani di cui io mi ero impossessato, fratello Daibutsu,

A queste immagini a cui voi mi provocavate, a queste grandi possibilità di me stesso che disegnavo su dei pezzi di carta.

IL GIAPPONESE

Dite che tutti questi Santi sono immagini di voi stesso?

DON RODRIGO

Mi assomigliano molto più di quanto io non somigli a me stesso, con questo corpo avvizzito e quest’anima abortita!

È qualcosa di me che è riuscito e che ha ottenuto il suo avvento!

Vivono interamente! Non c’è più in loro resistenza e inerzia! Rispondono interamente allo spirito che li anima. Sono dei pennelli eccellenti nella mano di un artista perfetto, come quelli di cui si è servito Sesshu11 quando ha disegnato quel cerchio sulla parete di Kyōto, una perfezione eterna.

Voi non avevate altro da fare che agghindare la vostra prigione. Ma io ho costruito con i miei disegni qualcosa che passa attraverso tutte le prigioni!

Ho stabilito il disegno di qualcosa che si adatta al movimento del vostro cuore come la ruota si adatta all’acqua che la colpisce! Chi dagli occhi riceve all’interno della sua anima la figura di questa specie di congegno inesauribile che è soltanto movimento e desiderio,

Adotta in sé una potenza ormai incompatibile con tutte le mura!

Come hanno dimostrato i vostri martiri dell’Isola del Sud quando ero là, crocifissi e innaffiati di zolfo liquido12!

IL GIAPPONESE

Signor Rodrigo, le vostre parole mi impediscono di disegnare. Ho capito ciò che volevate. Ho fissato i vostri punti di riferimento. La cosa non vi appartiene più e, se permettete, la porterò a termine da solo.

DON RODRIGO


Cerca almeno di non sbagliarmelo, questo, come avevi fatto con il San Giorgio. Non ci avevi capito niente, povero vecchio. 

Devo pur servirmi di te, in mancanza di meglio. – Non fare quella faccia supponente! 

– E completa in fretta il tuo lavoro, perché mi sta venendo un’altra idea. È molto più divertente seminare un Santo che costruirselo da sé.

IL GIAPPONESE, indicando Don Mendez Leal.


Che faremo nel frattempo di questo buon signore qui in quest’angolo tutto pensieroso e rattristato?

DON RODRIGO


Non gli farà male meditare e maturare ancora per un po’ il messaggio che il Re gli ha affidato per me. Le idee gli raggiungeranno la testa. 

Ho notato che la maggior parte delle persone nel capo ha un certo vuoto per il quale si introduce la muffa.  

Bisogna averne cura come con le bottiglie che si tengono un po’ inclinate per tutto il tempo in cui stanno in fondo alla cantina,

Di modo che il vino prema sempre un po’ sul tappo.

IL GIAPPONESE


Non siete curioso di sapere che cosa il Re, attraverso il canale e l’orifizio di Don Mendez Leal qui presente, ha da comunicarvi?

DON RODRIGO 

Così tanto che muoio dalla voglia e tu mi ci fai pensare. Anche perché il buon signore si spazientisce e vedo i suoi fianchi agitarsi, agitati dal desiderio di esistere. In piedi, Signore! (Lo mette in piedi.) Buongiorno, Signore. La ascolto.

IL GIAPPONESE 

Ma come volete che parli se è tutto piatto?

DON RODRIGO

Ora gli tappo il naso e vedrai che subito si riempirà di quest’aria che è la sua sostanza.

IL GIAPPONESE 

Ma da dove verrà, perdonatemi, quest’aria e questo venticello sostanziale?

DON RODRIGO

Mio povero Daibutsu, vedo che non sei al corrente della scienza moderna 

La quale ci dice che tutto viene dal nulla e che è il buco ad avere, poco a poco, fabbricato il cannone. 

È così che l’Ameba primitiva, 

Dilatando la propria bolla grazie alla virtù della dea chiamata Evoluzione, ha finito per diventare un elefante, al quale è promesso a sua volta, non ne dubitiamo, un avvenire non meno lusinghiero.

Guarda il nostro uomo già tutto raschiato da borborigmi ansiosi! 

Guarda Sua Eccellenza in preda al proprio genio interiore come raccogliendo le emanazioni arcane di una fonte tellurica, che comincia a drizzarsi e a recalcitrare desiderando sfuggire alla tenaglia vitale che le applico. Un momento, Signore, per favore. 

Gli legherò il naso, sarà più sicuro. Passami il tuo laccio da scarpe. 

Gli lega il naso con un laccio da scarpe.

IL GIAPPONESE 

Perché gli legate il naso?

DON RODRIGO

Gli lego il naso affinché dica la verità. È dal naso che passano tutte le bugie. Per questo si dice ai bambini: ti si è allungato il naso.

IL GIAPPONESE 

Avete ragione. Il naso è come un palo in mezzo alla faccia che indica la località. Da noi quando qualcuno vuole dire: Sono io, indica il proprio naso.

DON RODRIGO

Ebbene, ho fatto un nodo al suo io, non potrà più liberarsi come gas. Guardalo che si riempie a poco a poco prendendo forma e volume.

Il nulla ha prodotto il vuoto, il vuoto ha prodotto il cavo, il cavo ha prodotto il soffio, il soffio ha prodotto il mantice e il mantice ha prodotto il soufflé13, 

Come testimonia il Signor Ambasciatore che, ecco qui! tutto teso e gonfiato, e realizzato tutto intero come un piccolo maialino di gomma. 

— Don Mendez Leal, vi presento i miei umili omaggi e vi chiedo perdono per l’infimità di questo luogo nel quale non avete temuto di portare con voi 

Questa fedele compagna che non cessa di precederla, 

Signora, o dovrei dire Signorina, Vostra Eccellenza.

DON MENDEZ LEAL, parlando leggermente dal naso. 

Don Rodrigo, nonostante i vostri smarrimenti e la vostra povertà e il disgusto che voi ispirate al mondo intero, ebbene mi interesso a voi e sono pronto a tendervi una mano magnanima.

DON RODRIGUE 

Grazie, Signore.

DON MENDEZ LEAL 

Mi ringrazierete tra poco, ma vogliatemi innanzitutto ascoltare quando vi  rivolgo la parola.

DON RODRIGO

Le chiedo perdono.

DON MENDEZ LEAL 

Non era ieri che Sua Maestà era disposta a nominarvi custode di uno dei suoi principali magazzini di tabacco nella più bella città dell’Andalusia?

DON RODRIGUE 

Il tabacco mi fa piangere.

DON MENDEZ LEAL 

Piangete, piangete, Signore, piangete la vostra insolenza e la vostra ingratitudine! Dopo la vostra eminente disobbedienza in Marocco14, dopo le vostre avventure in Giappone, è in una prigione che da tempo vi si sarebbe dovuto far sparire.

DON RODRIGO, mostrando la gamba. 

Impossibile mettermi per intero in prigione. Ci sarà sempre qualcosa di me che rimarrà fuori.

DON MENDEZ LEAL 

Il Re, su mia preghiera, ha acconsentito a ricordarsi dei servizi che voi gli avete reso un tempo nelle Indie occidentali. Alcuni sostengono che siate stato voi, in effetti, ad aver avuto la prima idea, ad aver abbozzato, per così dire, il rude e grossolano disegno 

Di questa impresa che Don Ramire ha realizzato, il Cammino Reale di Panama15, e che per sempre porterà il nome di questo grande uomo.

DON RODRIGUE

È un grandissimo onore per me che il mio nome possa essergli umilmente associato.

DON MENDEZ LEAL 

E come, ve ne prego, avete ringraziato Sua Maestà per quei benefici che Ella non faceva che aspettare un’occasione per riversare su di voi?

DON RODRIGUE 

Fremo d’apprenderlo.

DON MENDEZ LEAL 

Qual è questa insolenza inaudita  di esibire così, sotto gli occhi del Re, in questo preciso momento in cui Egli tiene le sue solenni assise sul mare, 

Questa specie di detrito e di straccio che è diventato l’uomo che un tempo Egli aveva incaricato di rappresentare nell’altro mondo 

La Sua propria e personale Maestà?

DON RODRIGO

Vi risponderò tra poco. Ma non è Foin il vostro nome di battesimo?

DON MENDEZ LEAL 

Non mi chiamo Foin, mi chiamo Iñigo, e la mia famiglia è la migliore delle Asturie.

DON RODRIGO 

Ve lo dico perché ho qui Foin che ho appena finito. San Foin, patrono degli allevatori e degli erboristi. Verde su verde, è un vero ristoro per l’occhio, guardarlo è una pura delizia. Continui, La prego.

DON MENDEZ LEAL 

Ho perso il filo.

DON RODRIGO

Eravate a “insolenza inaudita” e io vi ho chiesto il vostro nome.

DON MENDEZ LEAL 

Sì, e già che ci siamo, non è vergognoso per un gentiluomo essersi ridotto a venditore ambulante di scarabocchi?

DON RODRIGO 

Scarabocchi di Santi, Monsignore.

DON MENDEZ LEAL 

Cos’è questa impudenza di rappresentare i Santi come fossero uomini comuni su qualche lurido foglio che il pescatore o il falegname appenderanno poi al muro della loro capanna, associandolo agli spettacoli più fetidi? 

Non è forse mancare di rispetto alle cose sacre? 

Lasciamole al loro posto, sugli altari e negli oratori, queste figure venerabili e rispettabili nascoste e protette dai fumi dell’incenso. 

Se proprio dobbiamo rappresentarle, che sia attraverso il pennello benedetto e consacrato di qualche sagrestano dell’arte a ciò preposto,

Un Velasquez, un Leonardo da Vinci, un Luc-Olivier Merson16.

DON RODRIGO

Devo confessarvi, Signore, che la mia principale ragione nell’intraprendere la carriera delle Belle Arti

È stato il desiderio di non assomigliare a Leonardo da Vinci.

DON MENDEZ LEAL

È necessario che un Santo abbia una figura, come dire, generica, poiché è il patrono di molta gente,

che abbia un portamento decente e dei gesti che non significhino nulla di particolare.

DON RODRIGO

Confidate nei signori pittori per questo. Non è l’immaginazione che li soffoca.

(Sputa.)

— E io, ho orrore di quelle facce da stoccafisso salato, di quelle figure che non sono figure umane ma una piccola esposizione di virtù!

I Santi non erano che fiamma e nulla può assomigliargli che non scaldi e che non incendi!

Il rispetto! Sempre il rispetto! Il rispetto è dovuto ai morti soltanto, e non a quelle cose di cui usiamo e di cui abbiamo bisogno!

Amor nescit reverentiam17, dice San Bernardo.

DON MENDEZ LEAL

Ed è San Bernardo, per esempio, che vi ha consigliato di fare il cavaliere che vedo lì riverso, con la testa sotto il mantello e scoperto nel modo più indecente,

Mentre stringe con la forcella delle sue cosce quel cavallo verticale?

Mai un cavallo è stato portato in tal modo!

DON RODRIGO

È San Paolo che ho voluto rappresentare. Ed è su un cavallo così che si sale al cielo.

Ma se siete un amatore, vi consiglio piuttosto di acquistare questa bella immagine dorata dei Quattordici Santi Ausiliatori a cui Daibutsu ha dedicato tutta la sua premura.

Ed ecco ancora i Santi Damiano e Cosma, patroni dei medici e di tutti gli uomini sapienti nelle cui mani, a poco a poco, ci liberiamo dalla salute.

DON MENDEZ LEAL

Tutto ciò che vedo è un’offesa alle tradizioni e al buon gusto e proviene dallo stesso desiderio perverso di stupire e irritare le persone oneste!

DON RODRIGO

È possibile, ma cosa fareste, per esempio, se vi avessero commissionato il Paradiso Terrestre?

DON MENDEZ LEAL

Il Paradiso Terrestre?

DON RODRIGO

Precisamente, il Paradiso Terrestre. Se vi avessero detto, così, di fare il Paradiso Terrestre su un pezzo di carta?

DON MENDEZ LEAL

Non so. Credo che cercherei di fare una specie di giungla o un groviglio vegetale inestricabile.

DON RODRIGO

Siete fuori strada. Non avete riflettuto.

Il Paradiso Terrestre era l’inizio di tutto. Di conseguenza, non c’era alcun groviglio, ma un campione ordinato di ogni specie, ciascuno nel suo quadrato di terra con le istruzioni appropriate. I Giardini dell’Intelligenza!

Doveva assomigliare alle piantagioni della Scuola di Farmacia di Barcellona, con delle graziose insegne di porcellana. Un luogo di delizie per i poeti classici.

DON MENDEZ LEAL

Non c’è modo di conversare seriamente con voi.

DON RODRIGO

Non domando altro se non d’ascoltarvi.

DON MENDEZ LEAL, amichevole e confidenziale.

Don Rodrigo, io vi disprezzo, ma chi può conoscere le intenzioni del Re? Chi può penetrare i disegni di questo Sovrano che tiene la sua Corte sul mare inconsistente?

È possibile che voi siate tornato nel Suo favore e che io non sia stato il primo a verificare questo luogo sorprendente su cui si è posato il raggio della Sua Grazia? Non sarebbe possibile trovarne uno di più ripugnante.

Quando sarete potente, spero che mi darete molto denaro.

Oh! Come desidero tutto quello che siete capace di darmi!

Il Re ha parlato di voi due volte nello stesso giorno. Significa che vuole impiccarvi o che vuole nominarvi cancelliere.

A buon intenditor, poche parole!

Fa il movimento di andarsene.

DON RODRIGO

Prima di partire prenderete un bicchiere di vino, vero?

DON MENDEZ LEAL

Scusatemi, la vostra barca si muove, ho un po’ di nausea.

DON RODRIGO

Allora lasciate che vi offra almeno una piccola immagine. Ecco a proposito Gabriele, che è il patrono degli ambasciatori. Vedete com’è rilucente e dorato! 

È in sua memoria  che questi signori hanno il diritto di portare una piuma bianca sul cappello.

Traduzione, nota introduttiva e note di V. B.

NOTE

  1. Oppure un classico caso di zanzottiana ‘poetica-lampo’ : vedi Tentativi di esperienze poetiche (poetiche-lampo) in Le poesie e prose scelte, a cura di Stefano Dal Bianco e Gian Mario Villalta, Mondadori, 1999 ↩︎
  2. Acconciatura di gala di signori giapponesi (N. dell’A.)
    ↩︎
  3. Ordine cavalleresco tra i più prestigiosi d’Europa. Istituito nel 1430 da Filippo III di Borgogna a Bruges per celebrare il suo matrimonio con la principessa portoghese Isabella d’Aviz. L’insegna dell’ordine si rifà alla mitica spedizione degli argonauti nella Colchide.
    ↩︎
  4. Piccola lancia con punta di pietra in uso in Europa e in Asia fino al XVII sec. ↩︎
  5. Wakarimaska? – Wakarimass: in giapponese corrente: «Hai capito? – Ho capito» (N. dell’A.). ↩︎
  6. Rodilard : cf. Terza Giornata , scena 9. ↩︎
  7. Sendigahara: o piuttosto Sekigahara il cui significato è «campo di battaglia», designa la celebre battaglia che ebbe luogo nel 1600, vicino a Nagoya, e che permise al reggente Tokugawa di stabilire il suo potere e di fondare lo shogunato (N. dell’A.).
    ↩︎
  8. Entendre: sentire (appercezione auditiva) ma capire, comprendere (appercezione concettuale). ↩︎
  9. Sempre entendre. In questo passo la parola viene traghettata attraverso l’interezza del suo spettro semantico lasciandosi alle spalle (ma senza abbandonarlo del tutto) l’uso concettuale realizzato nelle occorrenze precedenti per realizzare contemporaneamente anche quello puramente fisico-concreto, attraverso l’interferenza con il testo che segue immediatamente: Capivo! Ho capito! > Sentivo! Ho sentito! Due parole … ↩︎
  10. Riferimento ai trascorsi avventurosi di Rogrigo come viceré spagnolo delle Americhe. ↩︎
  11. Si tratta di Sesshū Tōyō, celebre maestro della pittura a inchiostro giapponese (sumi-e), particolarmente ammirato da Claudel durante il suo soggiorno diplomatico in Giappone. 
    ↩︎
  12. Riferimento ai ventisei martiri di Nagasaki (sei missionari francescani europei, tre gesuiti giapponesi e diciassette terziari francescani giapponesi, compresi tre ragazzi) condannati a morte nel 1597 sulla collina Tateyama di Nagasaki.
    ↩︎
  13. Genesi metafisica del soufflé (piatto tipico della cucina francese) ricostruita sul filo del gioco di parole tra soffio (souffle), mantice (soufflet), e soufflé (participio passato di ‘soffiare’).
    ↩︎
  14. Una decina di anni dopo il rifiuto di Prouhèze di seguirlo nelle Americhe, Rodrigo aveva ricevuto la famosa ‘lettera a Rodrigo’ (la quale nel frattempo aveva percorso i continenti) che questa gli aveva inviato poco dopo il loro ultimo incontro, nella quale lo pregava di tornare indietro e di liberarla da Camille, il reggente militare della fortezza di Mogador, nel frattempo divenuto suo sposo. Rodrigo si era precipitato quindi di sua iniziativa (sottraendosi al posto che il re di Spagna aveva affidatogli e facendo un uso personale delle sue flotte) sulle coste del Marocco, ufficialmente per soccorrere la fortezza di Mogador presa d’assedio dai mori, in verità per rivedere ancora una volta colei  a cui non aveva mai smesso di pensare (cfr. ultima scena della quarta giornata). 
    ↩︎
  15. Costruito a inizio XVI sec., il Cammino Reale fu la prima strada che collegò il Mare Caraibico con l’Oceano Pacifico.
    ↩︎
  16. Luc-Olivier Merson fu pittore francese di stile accademico di fine XIX sec., noto per le sue opere di soggetto storico e religioso. Per Claudel Merson incarnava i principali difetti dell’arte accademica ufficiale: la convenzionalità, la mancanza di originalità, l’adesione a canoni estetici ormai superati.
    ↩︎
  17.  Amor nescit reverentiam: L’amore ignora il rispetto. Questa citazione figura nel Journal di Claudel, nel gennaio 1923.
    ↩︎