frammenti dal ‘Caligola’ di A. Camus

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Mostro, Caligola, mostro. Mostro per avere troppo amato. Ho corso, sai. E’ ben lungo, tre giorni. Non ne avevo alcuna idea, prima. Ma è colpa mia.

E’ ridicolo credere che l’amore possa rispondere all’ amore. Gli esseri ti muoiono fra le mani, ecco la verità – e quando sono morti non sono più loro. Non era più lei. Ho corso, sai. Ritorno da lontano! La portavo sulla mia schiena. Lei, vivente, lontano dal suo cadavere dal viso di sconosciuta. Era pesante. Era pesante e tiepida. Era il suo corpo, la sua verità calda e agile. Era ancora mia e mi amava su questa terra.

Mostro, Caligola, mostro. Bisogna partire, adesso. Chi può vivere, le mani vuote, che tenevano con loro fino a prima tutta la speranza del mondo. Come fare? (ride di un riso fasullo) – fare a patti con la propria solitudine, eh? Arrangiarsi con la propria vita. Darsi delle ragioni, rifarsi una piccola vita e una consolazione. Troppo poco per Caligola (sbatte il palmo della mano sullo specchio) – troppo poco per te, vero?

Quando non sapevo che si poteva morire tutto mi sembrava credibile. Anche i loro dei, anche le loro speranze e i loro discorsi.

Non più, adesso.

Adesso, non ho nient’ altro che quel potere derisorio di cui tu parli. Più è smisurato e più è ridicolo. Perché non vale nulla rispetto a certe sere in cui Drusilla si volgeva a me. – Non era lei, era il mondo che mi sorrideva attraverso i suoi denti.

Si, bisogna pensarci. Bisogna pensarci, invece. – Ho capito una sera presso di lei che tutta la mia ricchezza era su questa terra. Ed è da quella sera che io non mi posso distaccare. – Con lei, è la terra intera che perdo!

Quando metto la mia mano sul corpo di un’altra donna, è il rimpianto della tua carne che mi sale alle labbra. E quando altri che te si appoggiano alla mia spalla, io li ucciderei senza sorridere nel vederli fare un gesto di tenerezza che non appartiene che a te.

(Caligola allo specchio recita la parte di Drusilla) Taci, Caio – lei mi pregava spesso di tacere – non risvegliare i miei rimpianti. E’ terribile amare nella vergogna. Oh! Fratello! Quando vedo le mie compagne tacersi e farsi assorte, dal momento in cui leggo nei loro occhi l’ immagine segreta e tenera che loro accarezzano ferocemente, ah! io invidio loro quell’ amore che tacciono quando potrebbero confessarlo! Ma loro trattengono la loro felicità per meglio conservarla. E io mi taccio a causa del malessere in cui il mio amore mi sprofonda (la voce di Caligola si fa più debole) – Eppure, delle sere come questa sera, davanti a questo cielo pieno dell’ olio brillante e dolce delle stelle, come non cedere di fronte a ciò che il mio amore ha di puro e divorante?

Puro, Drusilla, puro come le stelle pure. Io ti amavo, Drusilla. Come si ama il mare o la notte, con uno sprofondare che ha la lentezza e la disperazione dei naufragi. E ogni volta che affondavo in questo amore, ero chiuso ai rumori del mondo e agli infernali tormenti dell’ odio. Non mi lasciare, Drusilla. Ho paura. Ho paura dell’ immensa solitudine dei mostri. Non ti ritirare da me. Oh! Quella dolcezza e quel superamento.

Ecco ciò che mi perseguita. Quel superamento … vedi, e la merda maleodorante che è divenuto in qualche ora. Hai sentito l’altro: il tesoro pubblico! Ah! E’ adesso che mi accingo a vivere, finalmente. Vivere, Cesonia, vivere, è il contrario di amare. Sono io a dirtelo.

Il bello spettacolo, Cesonia. E mi serve qualcuno, degli spettatori, delle vittime e dei colpevoli.

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note

Camus inizia a scrivere il suo ‘Caligola’ attorno al 1938 e continua a lavorarci fino al 1958. Di questa pièce esistono stesure considerevolmente differenti, scandite da tre pubblicazioni: la prima del 1941 (ma pubblicata solo nel 1984), la seconda del ’44 e l’ultima del ’58

I frammenti qui presentati provengono della prime stesure dell’atto I (pre-’44), successivamente espunti, presentati tra gli ‘annessi’ dall’edizione francese (Gallimard).

Un ampio monologo ospita il primo sconvolgimento del protagonista di fronte all’assurdo inassimilabile dalla morte della sorella (Drusilla), causa prima della sua successiva deriva sanguinaria (perturbante proprio perché, sotto questo aspetto, nient’affatto confusa o folle o disumana).

Nell’immagine di copertina è ritratto un ventiduenne Carmelo Bene nel ruolo di Caligola a Genova, nel 1961.

 

Selezione, traduzione e note di V. B.